domenica 1 luglio 2012

parigi, l'incomprensibile

Stare seduta su una lapide a pere lanchese cortesemente messami a disposizione dalla famiglia pisson per ripararmi dalla pioggia fastidiosa ma anche questo è uno scarso riparo perché la pioggia mi ha sorpresa in sandali e senza ombrello. Ieri sera sulla 14 un uomo leggeva sartre e matrone cariche di borse delle galleries lafayette mi spintonavano di malagrazia. quello che pare l'hobby dei francesi: ho litigato con uno al museo carnevalet perché mi si è attaccato come un frotteurista e si è offeso quando l'ho guardato male, perché io non merito nulla, perché di fronte a un quadro di atget stavo prendendo appunti sul cellulare, ergo per lui stavo mandando sms in un sacro luogo di cultura. francesi! Ho sempre addosso il minuscolo coprispalle bianco, perché fa freddo, anche se la notte mi sveglio con il coppino sudato. Parigi resta sporca e disordinata, con odori di aglio e spezie che richiamano a cibi che non posso ritrovare. Alle dieci di sera è ancora chiaro e allora compro gli ultimi macarones del carrefour, avendo voglia di una pietanza che neanche so quale sia. io che ho voglia di cose che non so quale siano. è così da molto tempo. Mi ha sorpassato un ragazzo che camminava leggendo il bel ami e sulla 2 c'era un negro con i rasta ossigenati. Le massaie trascinano borse con le rotelle, le trovi anche agli angoli di strada, legate con le catene. le borse, non le massaie, le borse. al mercato di belleville te le sbattono sulle caviglie e i polpacci e pure il culo. le borse, non le massaie. Il cielo è sempre plumbeo. I parchi ariosi. Le viette puzzolenti. I muri imbrattati. Le pareti come troncate a metà. I gatti sono spigolosi e diffidenti e ovunque si sentono pigolare uccelli. Il mio letto è corto e duro e la finestra dà su una pizzeria. Mi sento molto, troppo lontana da me. Mi arrabbio con questi francesi maleducati, che ti spingono ti sgambettano ti spostano hanno bambini urlanti e indisciplinati e bici e monopattini che sfrecciano rasenti il mio corpo. questi francesi vestiti stravaganti come per andare in scena nella grande recita che è parigi. Non chiedono permesso nè scusa e ti spostano di peso, affannandosi a correre verso la porta della metro. Manifesti che innaggiano all'essere ipergay, ebrei che vogliono giocare soli con luca, passages che sono solo pianerottololi aperti, la scoperta del chai tea latte e il più sontuoso starbucks al mondo, le salse kosher e il mercato delle pulci più triste del mondo. imparare la parola fattoria, analizzare lo sguardo del cavallo di giovanna d'arco (più intelligente di quello della padrona) spaurirsi nelle vie troppo affollate e adorare quelle deserte. Lo specchio con i baffi. Il film porno DXK, i burro insolenti. Barracuda. I vestiti da sposa accanto a vestiti da sposa accanto a vestiti da sposa in stile bomboniera. 5.500 euro per un elefante fatto di giocattoli di plastica. La gente buttata sotto un cartone a republique, con i figli disidratati e attoniti con occhi enormi. Il clochard con la barba insanguinata. Il pupazzetto di max ernst e il quartiere dell'orologio, dove l'omino di latta combatte il drago e tutti e due mi fanno paura. Il sidro e lo champagne, e i macaron venduti al mc donald. I big jim nudi usati come ornamento, i clacson, i clacson, sempre i clacson. e il tizio che canta la lirica sotto la mia finestra. Cibo rancido in vetrina, asfalto rotto, bici e motorini che non rispettano il semaforo e ti tagliano la strada mentre attraversi. gente che la mattina passeggia fumando una canna, in un caso portando a spasso il pupo nel passeggino. Uomini appesi ad aspettare cosa agli angoli delle porte - negozi di serrature cacche odore di burro e aglio e erbe aromatiche. Anfratti. Senza tetto che tengono accanto al sacco a pelo vasi di gerani. Le ricercatissime foto in cui cambia l'immagine ritratta se le muovi e ancora le borse con le rotelle. Pezzi di bicicletta. Asfalto lurido di cose che non immagini. La tipa dietro di me ha appena scatarrato a un palmo dalla mia schiena. Calcinacci. Negri vesititi con completi giacca pantaloni in colori sgargianti, spesso nocciola, a righe. Negri con le tuniche da negri. Donne di tutti i colori con i nastri in testa. collant. scarpe invernali senza calze. La grisette. Un croque madame. Il kebabbaro "le zorba". La gente che ti sorpassa a destra, ma prima ti si appiccica, e la senti che ti respira tra i capelli. Lo strano destino del sacchetto di baguette che giace per terra, il pane umido ritorto come stronzi. Una canzone alla radio che sembrano i pulp. Scoprirsi a pensare sempre in inglese. Urla al mercato di belleville: fichi neri, lunghi cetrioli, pesche bianche, albicocche minuscole e pomodori gialli. Tutti che urlano e spingono e nella calca si trascinano le loro gigantesche borse a rotelle, che sono l'equivalente del trolley a milano. Spingono e urlano e in mezzo due vecchi tunisini in tunica con delle borse di plastica in mano, dicono "de burse, de burse" e sembrano desolati e poveri e rassegnati e desertificati. Odore acre di piscio alla brasserie dove pranzo. Gran copia di gente con le stampelle. Il cuoco che viene a dare la mano ai miei vicini di tavolo e cancella un piatto del giorno dalla lavagna: ora il filet de lieu non ha più contorno. Va molto l'orientale tatuato che scodinzola camminando e l'abbigliamento militare, per donna e per negro. Va molto il monopattino con cui scagliarsi nelle caviglie dei passanti. Va molto la giacca di lana. va molto il bambino urlante, l'espadrilas, il galaxy della sansung. Perdersi. strade deserte, lucchetti, nuvole veloci, acqua lenta nel canale, una casa di cartone, una serie di archi, una via solo di ristoranti giapponesi. vivere in un passage, senza la luce del sole e senza pioggia. pupazzi, calamite, mandorle, fiori, panchine inutilizzabili perché assediate dai barboni. Guardare una mappa girandola attorno. Ritrovarsi. Pensare che poi non importa. Nessun poliziotto, nè gatto, o cane. Pochissimi bambini. Gran numero di coppole e di orologi. Culi. Rughe. Ginocchia nude. Kippah. Espadrillas a ciabatta, senso di boh.

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